Tesla Supercharger, dal V2 al V4: come cambiano potenza e condivisione
L'evoluzione dei Tesla Supercharger non riguarda soltanto la potenza massima indicata sullo stallo. Il cambiamento più significativo si trova nei cabinet, cioè nelle unità che convertono e distribuiscono l'energia, e nelle logiche con cui la potenza disponibile viene assegnata alle auto. Dalle prime installazioni del 2012 alle architetture V3 e V4, Tesla ha progressivamente aumentato corrente, tensione supportata e flessibilità del sistema.
V1 e V2: un cabinet condiviso tra due stalli
Nelle generazioni V1, V2 e V2.5 lo stallo visibile all'utente svolge soprattutto la funzione di punto di collegamento. La conversione dell'energia avviene nel cabinet separato, che può alimentare al massimo due stalli. Le sigle A e B associate allo stesso numero, per esempio 1A e 1B, indicano quindi due punti di ricarica collegati alla medesima unità e chiamati a condividere la potenza.
Il cabinet di questa generazione dispone di circa 144 kW complessivi. L'architettura descritta utilizza sei coppie di caricatori AC-DC derivati dalla prima Tesla Model S, con moduli da 12 kW. Considerando le dispersioni, il picco effettivamente raggiungibile da uno stallo si colloca intorno ai 140 kW.
Quando entrambe le prese della coppia sono occupate, il sistema effettua inizialmente una suddivisione della potenza e la rimodula in seguito. La granularità è legata a blocchi da circa 24 kW: quando la richiesta di una vettura diminuisce, una porzione di potenza può essere trasferita all'altra. È un'impostazione semplice e robusta, ma meno flessibile rispetto alle generazioni successive. Per evitare una riduzione della velocità di ricarica, con questi impianti resta quindi utile scegliere una coppia di stalli libera.
Il V3 introduce il power pooling
L'arrivo di auto capaci di raggiungere picchi di 250 kW ha richiesto una revisione profonda. Nel Supercharger V3 il cabinet serve quattro stalli, identificati dalle lettere A, B, C e D, e mette a disposizione 375 kW complessivi. Un collegamento simultaneo di quattro vetture con una richiesta elevata può quindi tradursi, considerando il solo cabinet, in circa 90-95 kW per ciascuna.
La differenza sostanziale è il power pooling, una riserva di potenza distribuita e gestita dinamicamente. La regolazione non procede più con gradini da 24 kW, ma con una granularità di 1 kW. Il sistema monitora parametri come temperatura dei cabinet, dei cavi e dei connettori, tensione richiesta e stato di carica delle vetture, adeguando in tempo reale la ripartizione.
Un cabinet arrivato al proprio limite può inoltre utilizzare capacità proveniente da altre unità dello stesso sito, fino a ulteriori 575 kW secondo l'architettura illustrata. Questo collegamento riduce l'importanza della scelta tra gli stalli della stessa serie: se nel sito esiste potenza disponibile, i quattro punti possono avvicinarsi ciascuno ai 250 kW invece di restare vincolati alla sola divisione dei 375 kW.
Anche il cavo cambia. Sul V3 è più sottile e maneggevole grazie al raffreddamento a liquido, esteso alla zona del connettore, dove il calore risulta più critico. In Europa rimane soltanto il CCS Combo 2, mentre le precedenti installazioni V2.5 potevano offrire due connettori.
V4: più tensione, cavi lunghi e otto stalli per cabinet
Il passaggio al V4 risponde anche alla diffusione di veicoli con architetture ad alto voltaggio. La nuova generazione è progettata per lavorare fino a 1.000 V e 1.000 A e per supportare lo standard MCS destinato alle applicazioni oltre il megawatt, come il Tesla Semi. Per le automobili, la potenza massima dichiarata del singolo punto arriva a circa 520 kW.
Il cabinet V4 raggiunge 1,24 MW e può alimentare fino a otto stalli. In una distribuzione uniforme, otto auto collegate contemporaneamente avrebbero circa 157 kW ciascuna, prima delle dispersioni indicate in circa 4 kW tra rete e vettura. Il salto rispetto ai 144 kW condivisi tra due punti delle prime generazioni mostra come l'incremento della potenza sia accompagnato soprattutto da una maggiore capacità di gestire numerose sessioni nello stesso momento.
I nuovi charging pod sono più alti, integrano uno schermo touch per le informazioni e la misurazione dell'energia e adottano un cavo vicino ai tre metri. La maggiore lunghezza serve a raggiungere porte di ricarica collocate in posizioni diverse, un limite diventato evidente dopo l'apertura della rete a veicoli non Tesla. La connettività del sistema è affidata a Starlink.
A Brescia ci sono pod V4, ma cabinet V3
L'impianto osservato a Brescia chiarisce una distinzione spesso trascurata: l'aspetto dello stallo non identifica necessariamente l'intera generazione del sito. Sono presenti charging pod V4, ma collegati a cabinet V3. Con tre cabinet e dodici punti, la configurazione resta di quattro stalli per unità e viene quindi definita V3 Plus, non V4 completa.
L'installazione sopraelevata ha evitato scavi estesi tra pod e cabinet, contribuendo a ridurre i tempi operativi: a fronte di tre o quattro anni richiesti per i permessi, il montaggio effettivo è durato meno di quattro giorni. Il progetto prevedeva quattro cabinet e sedici stalli, ma una regola sulla distanza dall'autostrada ha limitato l'impianto a dodici punti.
La gestione termica coinvolge infine anche i cabinet. Sui sistemi V3 e V4, componenti derivati dalla gestione termica della Tesla Model Y permettono di preriscaldare o raffreddare l'infrastruttura in funzione delle auto che stanno navigando verso il Supercharger. Per l'utente, pianificare la sosta con il navigatore e preriscaldare la batteria, soprattutto in inverno, aiuta quindi l'intero sistema a prepararsi alla sessione e a utilizzare meglio la potenza disponibile.
Una domanda per voi
Nella ricarica ad alta potenza conta di più il picco del singolo stallo o la capacità del sito di distribuire energia tra più auto?
Nota sulla redazione
Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=LxaVZKmfdjc

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