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Ricarica dell’auto elettrica: differenze tra AC, DC e soluzioni domestiche
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Ricarica dell’auto elettrica: differenze tra AC, DC e soluzioni domestiche

6 min.

Ricaricare un’auto elettrica significa scegliere tra infrastrutture, potenze e procedure differenti. Le due categorie fondamentali sono la ricarica in corrente alternata, indicata con la sigla AC, e quella in corrente continua, o DC. A queste si aggiungono le soluzioni domestiche, dalla normale presa Schuko alla wallbox, ciascuna con costi, prestazioni e modalità d’uso specifiche.

Disporre di un garage rende più semplice partire ogni mattina con una buona autonomia, ma non è una condizione indispensabile per utilizzare un’auto elettrica. L’esperienza riportata dal team di Elettronauti mostra che è possibile affidarsi alle infrastrutture pubbliche, a patto di conoscere la rete disponibile, confrontare le tariffe e pianificare le soste.

Corrente alternata e continua: cosa cambia

La batteria accumula energia in corrente continua. Quando l’auto viene collegata a una colonnina AC, la corrente alternata deve quindi essere convertita dal caricatore di bordo prima di raggiungere il pacco batteria. Questa architettura permette di installare punti di ricarica anche dove la potenza disponibile è contenuta, ma limita la velocità in base sia alla colonnina sia alle capacità dell’auto.

La colonnina AC osservata durante la prova disponeva di una presa Type 2 e poteva erogare fino a 11 kW. In generale, le infrastrutture di questa categoria possono arrivare a 22 kW, sempre compatibilmente con il veicolo. Come riferimento molto approssimativo, nel contenuto viene indicato un recupero compreso tra 40 e 100 chilometri di autonomia per ogni ora di collegamento.

Nella ricarica DC la conversione avviene invece all’interno dell’infrastruttura: alla vettura arriva direttamente corrente continua. È il principio utilizzato dalle colonnine Fast e dagli Hypercharger, che richiedono sistemi più complessi e costosi ma consentono potenze superiori. Lo standard CCS mostrato può supportare infrastrutture fino a 500 kW, mentre la stazione utilizzata nel test era limitata a 90 kW.

La potenza nominale della colonnina non coincide automaticamente con quella assorbita dall’auto. Il valore effettivo dipende dal modello, dalla programmazione della ricarica, dal tipo di batteria, dalla temperatura e dallo stato di carica. Nel test, iniziato con la batteria al 62%, la potenza è salita progressivamente senza raggiungere valori particolarmente elevati proprio perché la percentuale era già avanzata.

Come trovare e attivare una colonnina

Per individuare i punti di ricarica è stata utilizzata Next Charge, applicazione che mostra sulla mappa infrastrutture pubbliche e private, lente e veloci. I filtri permettono di distinguere le colonnine AC da quelle DC e di trovare anche punti collocati presso strutture private. L’app può attivare alcune stazioni, ma la tariffa proposta non è necessariamente la più conveniente.

Occorre infatti distinguere la posizione della colonnina dal servizio impiegato per avviare e pagare la sessione. Carte e applicazioni dei diversi operatori non sono sempre compatibili con ogni infrastruttura. Nel periodo considerato, le tariffe pubbliche riportate erano comprese indicativamente tra 0,35 e 0,90 euro per kWh, una forbice ampia che rende utile verificare il costo prima dell’avvio.

Su una colonnina AC priva di cavo integrato bisogna utilizzare il proprio cavo Type 2. Nella procedura mostrata, dopo l’attivazione tramite applicazione, il connettore più grande è stato inserito nell’auto e quello più piccolo nella colonnina. Il sistema blocca il cavo durante la sessione. Per interrompere la ricarica si può utilizzare, secondo le funzioni disponibili, la chiave della vettura, il comando interno, l’applicazione o la tessera; lo scollegamento parte dal lato dell’auto.

Con una colonnina DC il cavo è invece integrato. Dopo l’identificazione tramite app o carta, auto e infrastruttura eseguono una comunicazione iniziale, chiamata handshake, prima di trasferire energia. Questo processo richiede normalmente da una trentina di secondi a circa un minuto. È inoltre importante conoscere la posizione della porta di ricarica del proprio veicolo, perché la lunghezza e la disposizione dei cavi possono complicare il parcheggio.

Preriscaldare la batteria prima della ricarica rapida

La temperatura del pacco batteria è determinante per avvicinarsi alle migliori prestazioni di ricarica in corrente continua. A freddo, il sistema può ridurre la potenza per proteggere gli accumulatori. Alcune auto attivano automaticamente il preriscaldamento quando il navigatore imposta una colonnina come destinazione; altre offrono anche un comando manuale.

Il tempo necessario varia in base alla differenza di temperatura e alle condizioni di utilizzo, ma nell’esperienza descritta può aggirarsi intorno a mezz’ora. Dopo una lunga percorrenza, soprattutto autostradale, la batteria potrebbe essere già sufficientemente calda e non richiedere ulteriore climatizzazione. Anche la potenza di ricarica tende a ridursi con l’aumento della percentuale: nel contenuto viene indicata la fascia del 65-70% come quella oltre la quale la sosta può diventare progressivamente meno conveniente durante un viaggio.

Presa Schuko, wallbox e ricarica domestica

A casa è possibile utilizzare un caricatore portatile, spesso chiamato “carichino”, collegato a una presa Schuko. Il dispositivo gestisce la sessione e può consentire la regolazione dell’intensità assorbita. Nella prova la ricarica avveniva a 2,7 kW, equivalenti in modo approssimativo a 15-16 chilometri di autonomia recuperati ogni ora. Sulla vettura utilizzata, il passaggio dal 65 al 100% richiedeva circa sette-otto ore.

Non è sempre necessario aumentare la potenza del contatore: riducendo l’assorbimento, l’auto può caricare lentamente quando resta ferma a lungo. Se la ricarica domestica diventa abituale, la soluzione consigliata è però una wallbox. Il costo indicativo riportato, installazione compresa, varia tra 1.000 e 2.000 euro. Il modello V2C citato integra le protezioni senza richiedere quadri aggiuntivi e può programmare gli orari o dialogare con sensori che riducono la potenza quando vengono accesi altri elettrodomestici.

Un’alternativa intermedia è una presa industriale blu installata da un professionista. Secondo le cifre riportate, l’intervento può costare tra 100 e 150 euro e consentire di arrivare a 6 kW, equivalenti indicativamente a 40 chilometri di autonomia per ora. In questo caso è necessario portare il contatore da 3 a 6 kW.

Alcune auto offrono infine la funzione Vehicle-to-Load, o V2L. Attraverso un adattatore, la batteria non riceve energia ma la eroga tramite normali prese Schuko, permettendo di alimentare dispositivi esterni. Tra gli impieghi citati rientra anche il collegamento di un caricatore portatile per fornire energia a un’altra auto elettrica rimasta senza carica.

Una domanda per voi

Per chi non dispone di un garage, la rete pubblica può diventare una soluzione quotidiana nonostante la variabilità delle tariffe?

Nota sulla redazione

Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=QLqcE3GnBxo

Pietro Antonioli #Gingerblack

Seguo il mondo della mobilità elettrica dal 2016 e dal 2019 condivido questa passione con il Boss! Tesla Model S Dreamer