Eolico offshore USA, stop a 6 GW mentre cresce la domanda dei data center
Circa 6 GW di progetti eolici offshore lungo la costa orientale degli Stati Uniti sono stati congelati mentre la domanda di elettricità cresce, spinta anche da data center e intelligenza artificiale. La motivazione indicata riguarda la sicurezza nazionale e le possibili interferenze con i sistemi radar, ma la decisione mette soprattutto in evidenza le tensioni industriali e politiche che accompagnano la transizione energetica.
Cinque grandi impianti offshore sospesi
La sospensione è passata attraverso il Dipartimento dell'Interno statunitense e riguarda le concessioni di cinque impianti già autorizzati o in fase avanzata: Vineyard Wind in Massachusetts, Empire Wind e Sunrise Wind al largo di New York, Coastal Virginia Offshore Wind e Revolution Wind, tra Connecticut e Rhode Island. Nel loro insieme rappresentano una quota significativa della strategia energetica della East Coast.
Il blocco arriva in una fase complessa per l'energia pulita statunitense, segnata da minori sussidi, maggiore incertezza normativa e da una posizione politica ostile nei confronti di eolico e solare. Il contrasto con l'Europa, dove l'eolico offshore continua ad avanzare, è netto. Anche negli Stati Uniti, tuttavia, la diffusione delle tecnologie rinnovabili non si è fermata: nei primi nove mesi del nuovo corso politico, solare e accumulo a batteria hanno rappresentato circa l'85% della nuova capacità elettrica collegata alla rete.
A sostenerne la crescita sono fattori pratici: solare e batterie possono essere installati in tempi relativamente rapidi, hanno costi in diminuzione e risultano sempre più importanti per rispondere alla domanda dei grandi centri di calcolo. Il nodo non riguarda quindi soltanto la decarbonizzazione, ma anche la disponibilità di energia per le nuove infrastrutture digitali.
Tungsteno contro il decadimento di tensione delle batterie
Dalla Cina arriva una ricerca dedicata al cosiddetto Voltage Fade, la progressiva perdita di tensione che limita le prestazioni dei catodi ad alta energia. Il lavoro si concentra sui catodi lithium-rich layered oxide, considerati di interesse per veicoli elettrici e sistemi di accumulo, intervenendo sulla loro struttura a livello atomico senza sostituire completamente la chimica di base.
La soluzione sperimentata prevede l'inserimento di quantità minime di tungsteno nei siti tetraedrici della struttura cristallina. Gli atomi eserciterebbero una repulsione elettrostatica capace di ostacolare la migrazione dei metalli di transizione e limitare la perdita di ossigeno, due fenomeni associati al degrado strutturale. Con una concentrazione dello 0,75% di tungsteno, la perdita di tensione rilevata è stata di circa 0,15 V dopo 200 cicli, mantenendo al tempo stesso un'elevata capacità. Si tratta di un risultato di ricerca, ma indica una possibile strada per allungare la vita utile delle batterie ad alta energia.
Un'altra sperimentazione prova invece a collegare scarti agricoli, edilizia e produzione elettrica. Aureus è un materiale che utilizza particelle luminose estratte da frutta e verdura invendute o danneggiate, inglobate in una resina trasparente applicabile a vetri e superfici. Il sistema cattura la radiazione ultravioletta e può operare anche con cielo coperto o luce diffusa. La tecnologia è ancora sperimentale, ma propone un possibile impiego energetico per materiali che altrimenti diventerebbero rifiuti.
L'energia pulita diventa una leva industriale
Il legame tra infrastrutture digitali ed energia emerge anche dalla strategia di Alphabet, la holding di Google, che sta investendo nello sviluppo di impianti rinnovabili. L'obiettivo è alimentare i data center con elettricità a zero emissioni tramite accordi diretti di produzione, cercando allo stesso tempo continuità della fornitura e una minore esposizione ai mercati delle fonti fossili.
Il Giappone punta sulla stessa relazione tra energia e industria attraverso un piano di sussidi destinato a fabbriche e data center alimentati interamente da fonti rinnovabili o nucleari. Il programma prevede 210 miliardi di yen in cinque anni a partire dal 2026. Gli incentivi possono coprire fino al 50% dell'investimento quando gli impianti vengono costruiti vicino alle fonti energetiche pulite, mentre scendono a circa un quinto per le attività collocate più lontano.
La differenza negli incentivi serve a favorire nuovi distretti industriali nelle aree che producono energia a basse emissioni e a promuovere il riutilizzo di siti petrolchimici dismessi. Tra le soluzioni ammesse figurano anche il solare a perovskite e sistemi ibridi che combinano rinnovabili e assorbimento della CO2.
Fotovoltaico diffuso e accumulo su larga scala
In Italia, oltre 2.000 centrali di telecomunicazione sono al centro di un progetto fotovoltaico promosso da FiberCop insieme a Enercop. L'obiettivo per il 2027 è raggiungere una produzione stimata di circa 200 GWh all'anno, sufficiente a coprire fino al 35% dei consumi energetici di FiberCop. Una prima parte del programma comprende 26 impianti entro il 2026 e più di 3 MW di potenza di picco, con una riduzione stimata di circa 1.435 tonnellate di CO2.
Anche le coperture degli edifici possono diventare infrastrutture energetiche. A Torino, un impianto fotovoltaico da oltre 1,7 MW di picco installato sul tetto di un grande centro commerciale ha evitato più di 600 tonnellate di CO2 in dodici mesi. A Santena, invece, un'associazione che sostiene ogni settimana oltre 200 persone e famiglie ha investito 13.000 euro in un impianto sul tetto della propria sede, con l'obiettivo di ridurre i costi energetici e destinare maggiori risorse all'assistenza alimentare.
In Scozia, Tesla Energy e Matrix Renewables hanno previsto un sistema di accumulo basato sui Megapack da 500 MW e 1 GWh. L'impianto, già autorizzato, servirà a gestire meglio la produzione eolica scozzese, che può superare la domanda locale mentre i principali centri di consumo si trovano più a sud. Le batterie assumono così il ruolo di infrastruttura di rete: immagazzinano l'elettricità quando è abbondante e la rendono disponibile nel momento in cui serve.
La stessa esigenza di flessibilità guida anche l'evoluzione delle reti del gas. Snam, guidata dal 2022 da Stefano Venier dopo un percorso professionale che comprende Eni e il settore delle multiutility, sta sviluppando un modello multimolecola basato non soltanto sul gas naturale, ma anche su biometano, idrogeno e cattura della CO2. La transizione energetica richiede infatti sia nuova generazione pulita sia infrastrutture capaci di adattarsi a fonti e utilizzi differenti.
Una domanda per voi
Come possono gli Stati Uniti conciliare la crescita della domanda elettrica dei data center con lo stop ai grandi progetti eolici offshore?
Nota sulla redazione
Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=bYG6-5jp47Y

Ciao sono Marta, ma per gli amici elettronauti Tammar! Tammar nasce da un mix di curiosità e voglia di mettersi in gioco, che mi hanno guidata verso il mondo della mobilità elettrica!

