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Eolico offshore, batterie e idrogeno: le nuove frontiere dell’energia pulita
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Eolico offshore, batterie e idrogeno: le nuove frontiere dell’energia pulita

6 min.

Una turbina eolica galleggiante da 17 MW, batterie capaci di completare una ricarica in pochi secondi e nuovi sistemi per immagazzinare l’idrogeno delineano alcune delle direzioni più interessanti della transizione energetica. Accanto ai progressi tecnologici emergono però anche ostacoli infrastrutturali, costi ancora elevati e contraddizioni come l’aumento delle emissioni associate ai data center.

La Cina porta l’eolico galleggiante in alto mare

La novità principale arriva dalla Cina, dove è stata realizzata una turbina eolica offshore galleggiante da 17 MW, indicata come la più potente mai costruita al mondo. Il rotore misura 262 metri di diametro e la struttura è progettata per resistere a onde superiori a 24 metri e a venti da 220 km/h. Caratteristiche che ne consentirebbero l’impiego in alto mare, dove le condizioni sono più difficili ma il potenziale eolico può essere rilevante.

La produzione annua stimata raggiunge 68 milioni di kWh, sufficienti secondo i dati presentati ad alimentare circa 40.000 abitazioni. La macchina impiega componenti interamente nazionali e viene accreditata di un’affidabilità superiore al 99%. Il progetto comprende inoltre tecnologie di simulazione sviluppate per adattarne il funzionamento anche a condizioni di inclinazione estrema.

Il dato industriale è altrettanto significativo: nei primi sei mesi del 2025 la Cina avrebbe installato 4,4 GW di nuova capacità eolica offshore, con ulteriori 9 GW previsti entro la fine dell’anno. Il quadro suggerisce che l’eolico galleggiante stia superando la dimensione puramente sperimentale, sostenuto da una strategia che combina sviluppo tecnologico e installazioni su larga scala.

Batterie ultrarapide e produzione italiana

Sul fronte dell’accumulo, RML Group ha progettato una batteria modulare da 4,4 kWh con un C rating di 200, capace di completare la ricarica in 18 secondi. L’eventuale applicazione dello stesso principio a un accumulatore da 75 kWh porterebbe, secondo la proiezione proposta, a ricariche complete comprese tra cinque e sette minuti. Si tratta però di un’ipotesi di scala, non del risultato di una prova condotta su una batteria automobilistica di quella capacità.

La tecnologia risulta certificata per la produzione industriale, ma la sua adozione quotidiana richiederebbe infrastrutture in grado di erogare potenze nell’ordine dei megawatt. Il limite, quindi, non riguarda soltanto la chimica o la progettazione dell’accumulatore: una batteria estremamente rapida può esprimere il proprio potenziale solo se rete, stazioni e collegamenti riescono a sostenerne la domanda di potenza.

In Italia, Specialist rappresenta invece un esempio di filiera dedicata ai pacchi batteria personalizzati. L’azienda veneta utilizza celle di produttori globali come Samsung e Panasonic, ma svolge internamente le fasi di assemblaggio e controllo, dalla connessione delle celle al sistema di gestione BMS, fino ai dispositivi di protezione PCM. Le soluzioni sono destinate ad applicazioni industriali, robotiche e nautiche e possono adottare celle cilindriche, prismatiche o pouch.

L’attenzione è concentrata soprattutto sulla qualità e sulla sicurezza: le celle vengono ispezionate, i pacchi sottoposti a test e i componenti selezionati in base all’applicazione. L’attività comprende anche formazione sulle normative doganali e sul trasporto delle batterie al litio, classificate come merce pericolosa. È un aspetto meno visibile della filiera, ma determinante per evitare ritardi e sanzioni.

Idrogeno verde tra sperimentazione e nuovi vettori

In Veneto è prevista una Hydrogen Valley per produrre e utilizzare localmente idrogeno verde. Un elettrolizzatore alimentato da fonti rinnovabili, installato presso un polo logistico comunale, dovrebbe fornire il combustibile agli autobus del trasporto pubblico e, in prospettiva, ai mezzi industriali. Resta aperto il problema economico: produrre idrogeno verde continua a essere molto costoso e le perdite di efficienza ne limitano la convenienza. Un impiego nei processi industriali oggi alimentati in larga parte a gas potrebbe rappresentare un campo di applicazione da valutare.

Una possibile evoluzione dello stoccaggio arriva dalla collaborazione tra l’EPFL e l’Università di Kyoto. I ricercatori hanno sviluppato un liquido stabile e trasparente, ricco di idrogeno e capace di restare tale a temperatura ambiente. La miscela raggiunge una densità di idrogeno del 6,9% in peso e libera idrogeno puro già a 60 °C, senza generare molti sottoprodotti. La ricerca punta a superare i limiti dei materiali ricchi di idrogeno che sono solidi o richiedono condizioni estreme per mantenersi allo stato liquido.

Investimenti locali, materiali alternativi e il nodo dei data center

La transizione passa anche dagli investimenti territoriali. La provincia di Asti ha stanziato 26 milioni di euro per enti locali e imprese interessati a impianti fotovoltaici, accumuli, pompe di calore e interventi sugli edifici pubblici. In Liguria è stato riattivato un bando per le piccole e medie imprese, con contributi fino al 50% dei costi e un budget superiore a 3 milioni di euro. A San Severo, in provincia di Foggia, è stato inoltre completato un impianto fotovoltaico da 12 MW su un’area ex industriale bonificata: dovrebbe fornire energia a circa 5.000 famiglie e ridurre le emissioni di CO2 di 7.000 tonnellate all’anno.

La ricerca sui materiali sta esplorando anche risorse inconsuete. Nel Regno Unito sono state ottenute fibre di nanocellulosa dallo sterco bovino, proposte come alternativa robusta e biodegradabile ai polimeri derivati dal petrolio. Una startup di New York utilizza invece letame carbonizzato come legante flessibile per anodi al silicio destinati alle batterie al litio. A Stoccarda l’urina umana viene impiegata in un processo di precipitazione microbica del carbonato di calcio per produrre calcestruzzo con emissioni inferiori rispetto al cemento tradizionale.

Sul versante opposto emerge il peso energetico dell’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi citata, Google avrebbe aumentato il ricorso a energia fossile nei propri data center e le emissioni sarebbero cresciute del 48% rispetto al 2019, anche per effetto dell’AI. Vengono inoltre sollevati dubbi sullo stato e sulla trasparenza di alcuni progetti di compensazione ambientale. La crescita dei servizi digitali mostra così una delle contraddizioni centrali della transizione: l’innovazione può migliorare processi e tecnologie, ma richiede infrastrutture alimentate da quantità sempre maggiori di energia.

Una domanda per voi

Le infrastrutture elettriche riusciranno a evolvere abbastanza rapidamente da sostenere batterie ultraveloci e una domanda energetica digitale crescente?

Nota sulla redazione

Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=e6Rddjk8bE0

Marta Baisotti

Ciao sono Marta, ma per gli amici elettronauti Tammar! Tammar nasce da un mix di curiosità e voglia di mettersi in gioco, che mi hanno guidata verso il mondo della mobilità elettrica!