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Transizione energetica tra eolico offshore, nucleare e nuove regole per le batterie
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Matteo Valenza

di Matteo Valenza

https://www.youtube.com/watch?v=M3jgdPbPtJ4

Transizione energetica tra eolico offshore, nucleare e nuove regole per le batterie

5 min.

La transizione energetica accelera, ma procede tra esigenze spesso difficili da conciliare: aumentare la produzione, contenere le emissioni, rendere più solide le filiere industriali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Il dibattito coinvolge direttamente l’Italia e l’Europa, dove tornano al centro il nucleare, l’espansione dell’eolico offshore e il metodo con cui misurare l’impronta di carbonio delle batterie.

Eolico offshore in crescita, ma gli ostacoli restano

L’eolico offshore può sfruttare venti più forti e costanti rispetto agli impianti installati sulla terraferma. I nuovi progetti in sviluppo nel 2024 prevedono turbine capaci di arrivare fino a 15 MW, mentre il portafoglio delle iniziative risulta in crescita del 99% rispetto all’anno precedente, escludendo dal calcolo le nuove installazioni in Cina. Il Paese asiatico viene indicato come leader mondiale, con 38 GW già installati.

Le prospettive europee sono rilevanti: Regno Unito, Germania e Paesi Bassi potrebbero guidare un mercato capace di raggiungere complessivamente 150 GW entro il 2040. Questa espansione non è però scontata. Inflazione, interruzioni delle catene di fornitura e processi autorizzativi complessi rallentano lo sviluppo, mentre l’obiettivo di triplicare il tasso di crescita necessario per sostenere la decarbonizzazione globale appare ancora lontano.

In questo quadro si inserisce il progetto di Plenitude per un parco eolico galleggiante offshore nel Regno Unito. L’impianto previsto avrà una potenza di 560 MW ed è sostenuto da un piano di incentivi governativi. Il progetto viene presentato come destinato a diventare il più grande parco eolico offshore galleggiante al mondo. La tecnologia galleggiante amplia le possibilità di installazione in mare, ma la crescita del settore continuerà a dipendere dalla capacità di superare i colli di bottiglia industriali e amministrativi.

Nucleare e domanda elettrica riaprono il confronto

In Italia, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto ha richiamato la necessità di un approccio realistico alla transizione. Tra le priorità indicate figurano l’armonizzazione della raccolta differenziata, una gestione più semplice delle risorse idriche e la riduzione dei costi energetici. Per rispondere alla crescita della domanda nei prossimi anni, il ministro ha inoltre sostenuto la necessità di valutare tutte le opzioni disponibili, dalle fonti rinnovabili al nucleare, investendo contemporaneamente in ricerca, formazione e capacità produttiva.

Il tema non riguarda soltanto l’Italia. Anche la Svizzera sta valutando un ritorno all’energia nucleare per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento nazionale. Il confronto nasce dalle preoccupazioni sull’affidabilità delle sole fonti rinnovabili e dalla volontà di diversificare il mix energetico. In Italia, intanto, il fabbisogno elettrico viene indicato in crescita, mentre l’aumento della produzione rinnovabile fatica a mantenere lo stesso passo. Il nodo diventa quindi incrementare la capacità a basse emissioni senza compromettere continuità della fornitura e sostenibilità dei costi per gli utenti.

Batterie, cambia il criterio per calcolare la CO2

La Commissione Europea propone una modifica al calcolo dell’impronta di CO2 delle batterie per i veicoli elettrici. Il sistema attuale considera l’energia effettivamente utilizzata per produrle, premiando quindi le aziende che alimentano gli stabilimenti con fonti rinnovabili. La nuova metodologia prenderebbe invece come riferimento il mix energetico nazionale, cioè la combinazione delle fonti impiegate da ciascun Paese per generare elettricità.

Il cambiamento, che potrebbe entrare in vigore dal 2027, avrebbe conseguenze industriali differenti. Paesi ancora fortemente dipendenti da carbone e gas, come la Germania, risulterebbero penalizzati rispetto a nazioni con una maggiore quota di nucleare, come la Francia. L’obiettivo dichiarato è aumentare la trasparenza e incentivare tecnologie produttive più pulite, ma il passaggio dal consumo reale della fabbrica alla media nazionale apre un problema: l’impegno della singola azienda nell’acquisto o nella produzione di energia rinnovabile rischia di pesare meno nella valutazione finale.

Investimenti, partecipazione e impatti climatici

Sul fronte degli investimenti italiani, un finanziamento da 189,6 milioni di euro è destinato allo sviluppo di otto impianti fotovoltaici tra Emilia-Romagna e Lazio. In Trentino è stata invece inaugurata una nuova centrale idroelettrica finanziata anche attraverso una campagna di partecipazione collettiva, capace di raccogliere 500.000 euro in dieci giorni. L’impianto ha una produzione annua prevista di 4,2 GWh, sufficiente secondo i dati presentati a coprire il fabbisogno di circa 2.000 famiglie. La centrale resterà di proprietà comunale, mentre la gestione è stata affidata al gruppo Dolomiti Energia per i prossimi 16 anni.

L’innovazione coinvolge anche il recupero dei materiali. In Africa ha debuttato quello che viene presentato come il primo impianto automatizzato del continente per il riciclo dell’alluminio, progettato e realizzato da un’azienda italiana. L’automazione punta a migliorare l’efficienza del processo, riducendo costi ed energia necessari per trasformare gli scarti in materiale nuovamente utilizzabile.

L’urgenza della transizione emerge infine dai dati sulle isole del Pacifico. Secondo la World Meteorological Organization, in questa regione il livello del mare sta salendo tre volte più rapidamente della media globale, mentre le ondate di calore marino sono raddoppiate. Dal 1993 l’aumento registrato è compreso tra 10 e 15 centimetri. Le isole contribuiscono soltanto allo 0,2% delle emissioni globali, ma affrontano conseguenze particolarmente gravi, aggravate dalla scarsità dei fondi destinati alla resilienza climatica.

Anche fuori dall’Europa si sperimentano modelli di sviluppo su vasta scala. L’India ha approvato la creazione di 12 nuove Smart Cities distribuite in dieci Stati e lungo sei corridoi infrastrutturali. Il piano prevede un investimento pubblico di circa 3,42 miliardi di dollari e oltre 18 miliardi di investimenti diretti, con un milione di posti di lavoro stimati in forma diretta e tre milioni indiretti. Il completamento è atteso entro tre anni e gli hub si concentreranno, tra gli altri settori, su veicoli elettrici, logistica, aeronautica, tessuti tecnici, lavorazione alimentare e turismo.

Una domanda per voi

Nel calcolo della CO2 delle batterie dovrebbe contare di più l’energia realmente usata dalla fabbrica o il mix energetico nazionale?

Nota sulla redazione

Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=M3jgdPbPtJ4

Matteo Valenza

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Matteo Valenza

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Ciao! seguo il mondo della mobilità elettrica da ormai tantissimo tempo... e ne ho fatta una passione, con Elettronauti.it ed il mio canale Youtube andiamo ad esplorare tutti i temi legati a questo mondo... vi aspetto!

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