

di Federico Fumagalli
Plastic Tax e Sugar Tax, le due tasse necessarie che l’Italia non vuole – Parte 2
Nel precedente articolo abbiamo analizzato come dovrebbe funzionare la Sugar Tax in Italia, qualora entrasse in vigore. Questo tipo di imposta è già presente in altri Paesi che, sembrano attribuire maggiore priorità alla salute dei propri cittadini.
Regno Unito (UK)
In Gran Bretagna la Sugar Tax viene vista come un modello intelligente ed ha funzionato più come minaccia che come incasso.
In pratica funziona così:
- Sotto i 5 g di zucchero ogni 100 ml non vi è alcuna tassa
- Tra i 5 g e gli 8 g si ha un tassa bassa
- Ma sopra gli 8 g la tassa aumenta notevolmente
Questo ha fatto sì che oltre il 50% delle aziende abbiano riformulato le ricette che ha portato ad una grande riduzione dello zucchero senza forti aumenti di prezzo sui prodotti. Quindi il consumo di zucchero nelle bibite gassate è sceso anche se la gente continua a comprarle.
https://elettronauti.it/plastic-tax-e-sugar-tax-tasse-necessarie-italia-non-vuole/
Francia
I nostri "cugini" d'oltralpe hanno messo in gioco un meccanismo meno sofisticato di quello inglese ma altrettanto efficace. La tassa è proporzionale allo zucchero all'interno dell'alimento. Ciò ha portato sia ad un aumento dei prezzi dei prodotti che ad un calo dei consumi da parte di alcuni consumatori più consapevoli o meno disposti a spendere di più.
In questo caso non ci sono stati grandi riformulazioni delle ricette da parte delle aziende.
Messico
Un esempio virtuoso arriva da oltre oceano. Più in particolare dal Messico. Il Paese nordamericano è infatti uno di quelli con il più alto consumo di bevande zuccherate al mondo (anche oltre 150–160 litri pro capite l’anno, equivalenti a circa mezzo litro al giorno) ed è stato colpito da una vera epidemia di obesità e diabete. Proprio per questo ha fatto qualcosa di abbastanza raro: non una sola misura, ma un pacchetto di politiche coordinate. Ed è questo che lo rende interessante.
Dal 2014 è stata introdotta una tassa sulle bibite zuccherate, progressivamente aumentata negli anni, che ha portato a una riduzione misurabile dei consumi già nel breve periodo. Ma il vero punto di forza del modello messicano è l’approccio integrato: alle imposte si affiancano etichette nutrizionali frontali molto visibili e di immediata comprensione, restrizioni alla vendita di junk food nelle scuole e limiti alla pubblicità rivolta ai bambini. Parallelamente, il governo ha promosso campagne informative e accordi con l’industria per ridurre il contenuto di zucchero nei prodotti. I risultati mostrano un calo nei consumi e una maggiore consapevolezza, pur con limiti legati alla persistenza di livelli elevati di consumo e all’impatto sociale delle misure. Le entrate fiscali sono state usate per cure legate a diabete e obesità, oltre che alla prevenzione. In definitiva il caso messicano evidenzia come, per incidere davvero sulle abitudini alimentari, non basti una singola tassa, ma sia necessario un insieme coordinato di politiche pubbliche.

Nello specifico la tassa era di 3 pesos per litro di bevanda zuccherata nel 2014. Questo ha portato al 5,5% in meno dei consumi nel primo anno e a più del 10% nel secondo anno. Ad oggi invece, si arriva quasi a 6 pesos per litro ed è stata estesa anche alle bibite light/zero anche se in misura minore.
Cosa pensate si potrebbe fare in Italia per arginare il problema?

di
Federico Fumagalli
Sono un appassionato di auto sin dal primo GranTurismo del 1996. Ed è proprio il mio amore per le auto che mi ha spinto ad appassionarmi alle auto elettriche. Il mondo cambia, la tecnologia si evolve, e se si rimane indietro spesso è un male. Tecnologia, mobilità e ambiente saranno i temi di cui vi parlerò. Non dovremo essere d’accordo ma almeno ragionarsi su!


