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Nucleare in Italia: il possibile ruolo tra rinnovabili, costi e sicurezza
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Matteo Valenza

di Matteo Valenza

https://www.youtube.com/watch?v=cGrRza_Vwmk

Nucleare in Italia: il possibile ruolo tra rinnovabili, costi e sicurezza

5 min.

Quale spazio potrebbe avere il nucleare nel sistema energetico italiano? Il confronto con Luca Romano, fisico e divulgatore scientifico conosciuto attraverso il progetto L’Avvocato dell’Atomo, parte da una tesi precisa: non sostituire le fonti rinnovabili, ma affiancarle con una produzione programmabile e a basse emissioni. Nel quadro discusso nel giugno 2022, l’ipotesi indicata per l’Italia è un mix con il 30-40% di elettricità nucleare, lasciando il resto soprattutto a rinnovabili e idroelettrico.

Una base stabile per solare ed eolico

Il nodo centrale è l’intermittenza. Solare ed eolico producono quando sono disponibili sole e vento, mentre la rete deve continuare a soddisfare la domanda anche nelle ore sfavorevoli. La soluzione adottata comunemente consiste nell’affiancare impianti flessibili, in particolare centrali a gas, che possono entrare in funzione quando la produzione rinnovabile cala. Questi impianti, tuttavia, devono essere costruiti, mantenuti disponibili e remunerati anche se lavorano soltanto per una parte del tempo.

Romano propone una diversa ripartizione dei compiti: il nucleare fornirebbe il carico di base, cioè una quantità stabile di elettricità, mentre l’idroelettrico compenserebbe più rapidamente i cambiamenti della domanda. Solare ed eolico potrebbero così sfruttare tutta la potenza disponibile. Le batterie avrebbero invece il compito di spostare una parte dell’energia nell’arco della giornata, per esempio verso il picco serale, senza essere considerate nel confronto una soluzione sufficiente per sostenere da sole l’intera rete.

Questa distinzione aiuta anche a comprendere perché un basso costo di produzione delle rinnovabili non si traduca automaticamente in una bolletta altrettanto bassa. Il prezzo dell’elettricità si forma attraverso domanda e offerta nella borsa elettrica e può essere determinato dalla fonte marginale necessaria a soddisfare i consumi, spesso il gas. A questo si aggiungono i costi per mantenere disponibile la capacità di riserva. Il nucleare, nella lettura proposta, offrirebbe soprattutto prevedibilità della produzione e la possibilità di stipulare forniture di lungo periodo.

Scorie e depositi: quantità ridotte, gestione complessa

Le scorie ad alta attività sono costituite principalmente dal combustibile irraggiato estratto dai reattori. Secondo i dati riportati da Romano, un reattore da 1,5 GW operativo per circa 8.000 ore l’anno produrrebbe tra 25 e 30 tonnellate di questo materiale. Si tratta dunque di volumi contenuti rispetto alla quantità di energia generata, ma caratterizzati da radioattività elevata e dalla necessità di strutture dedicate.

Le opzioni descritte comprendono lo stoccaggio definitivo in depositi sotterranei collocati in aree geologicamente stabili e la conservazione in attesa di tecnologie capaci di recuperare una quota maggiore del combustibile. La costruzione di un deposito nazionale, peraltro, non dipenderebbe soltanto dall’eventuale ritorno al nucleare: ospedali, attività industriali e ricerca scientifica producono già rifiuti radioattivi che devono essere raccolti e gestiti in sicurezza.

Controlli, terremoti e sicurezza dei reattori

Sul fronte della sicurezza, il sistema nucleare prevede più livelli di vigilanza, dagli organismi nazionali alle istituzioni europee e internazionali. Anche i reattori italiani destinati alla ricerca e alla produzione di radiofarmaci sono sottoposti a controlli. Per eventuali nuovi impianti entrerebbero inoltre in gioco le autorità del Paese fornitore della tecnologia, qualora la costruzione avvenisse attraverso una partnership internazionale.

La sismicità resta un fattore progettuale, ma non viene considerata un ostacolo assoluto. Romano cita una massima accelerazione del suolo misurata in Italia pari a 0,35 g e indica per le centrali nucleari una resistenza progettuale compresa tra 0,8 e 1 g. Scegliere aree meno sismiche consentirebbe comunque di ridurre complessità e costi delle fondazioni, oltre a limitare gli arresti precauzionali degli impianti.

Anche il riferimento agli incidenti storici richiede distinzioni tecnologiche. L’incidente di Fukushima viene collegato allo tsunami seguito al terremoto del 2011, mentre il reattore di Chernobyl apparteneva a una tipologia ad acqua e grafite diversa dai reattori ad acqua pressurizzata citati per gli impianti occidentali. Nel caso di Fukushima, il rilascio complessivo di radionuclidi viene indicato come dieci volte inferiore rispetto a Chernobyl, pur essendo stato classificato allo stesso livello massimo della scala INES.

Tempi, investimenti e disponibilità di uranio

Per coprire circa il 30% della produzione elettrica italiana ai livelli di domanda considerati nel confronto, la stima proposta è di una quindicina di reattori distribuiti fra tre e cinque centrali. La valutazione non tiene però conto dell’aumento dei consumi che potrebbe derivare dall’elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento e dei processi industriali. Anche la collocazione richiederebbe studi su sismicità, disponibilità d’acqua, stabilità geologica, reti ad alta tensione e vicinanza ai poli di consumo.

Uno sviluppo parallelo di più cantieri potrebbe, secondo Romano, portare al completamento del programma in circa 15 anni, sfruttando l’esperienza maturata dai primi progetti per ridurre gli errori nei successivi. È però una previsione condizionata dalla capacità di rispettare tempi e procedure. Il costo diretto indicato per un singolo reattore da 1-1,5 GW è compreso tra 2 e 3,5 miliardi di euro, ma gli interessi maturati durante la costruzione possono incidere in modo decisivo e portare l’investimento complessivo verso 6-7 miliardi.

L’uranio, infine, non viene presentato come un limite immediato. Le risorse già conosciute e valutate sarebbero sufficienti per un periodo stimato tra 90 e 130 anni, a seconda dell’andamento dei consumi. I reattori attuali utilizzano soltanto una piccola parte dell’energia contenuta nel combustibile, lasciando spazio a tecnologie future di riciclo. La questione aperta per l’Italia resta quindi soprattutto politica e industriale: decidere se affiancare alle rinnovabili una produzione nucleare stabile oppure continuare ad affidare prevalentemente al gas il ruolo di garanzia della rete.

Una domanda per voi

L’Italia dovrebbe affiancare il nucleare alle rinnovabili per ridurre il ruolo del gas nella stabilizzazione della rete elettrica?

Nota sulla redazione

Questo articolo è stato generato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire dalla trascrizione del video originale, riorganizzandone i contenuti in forma editoriale. Le informazioni riportate derivano da quanto espresso nel video.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=cGrRza_Vwmk

Matteo Valenza

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Matteo Valenza

https://bit.ly/m/MatteoValenza

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