
Guerra USA-Iran, dopo sei mesi crescono rinnovabili e tensioni sull’energia
La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata nel settimo mese il 28 agosto 2026, dopo aver inciso sui mercati energetici globali e sulle politiche adottate dai singoli Paesi. Le difficoltà nei rifornimenti e gli shock dei prezzi hanno accompagnato una maggiore diffusione delle tecnologie pulite in diverse aree del mondo, anche se altrove è aumentato il ricorso al carbone.
Le tecnologie pulite guadagnano terreno
La Cina ha registrato cinque mesi consecutivi di esportazioni record di apparecchiature destinate all’energia pulita. Secondo le valutazioni riportate, dopo una prima fase sostenuta anche dalla modifica di un sussidio all’esportazione, la tendenza si sarebbe consolidata nel corso del conflitto.
Il dato più evidente riguarda l’Africa: nel primo semestre del 2026, le importazioni di apparecchiature solari cinesi sono aumentate del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La crescita viene descritta come diffusa nel continente e collegata al tentativo di governi e cittadini di limitare l’esposizione agli shock dei prezzi dei carburanti.
Sviluppi nelle tecnologie pulite sono stati segnalati anche in Brasile e Australia per i veicoli elettrici, in Thailandia per gli obiettivi di lungo termine sulle rinnovabili e nelle Filippine per le installazioni solari sui tetti.
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Petrolio e Stretto di Hormuz restano sotto pressione
Il blocco dello Stretto di Hormuz non ha portato il petrolio ai livelli inizialmente temuti di 150 o 200 dollari al barile. Tra i fattori di mitigazione indicati figurano la riduzione dei consumi nei Paesi dipendenti dalle importazioni, l’impiego delle riserve strategiche, l’aumento della produzione interna e il calo degli acquisti della Cina, che disponeva di scorte accumulate prima del conflitto.
La situazione rimane però fragile. I costi dei carburanti lavorati, compresi benzina e diesel, restano elevati, mentre il blocco dei trasferimenti attraverso Hormuz ha accelerato progetti per creare rotte alternative. Gli Emirati Arabi Uniti stanno portando avanti un oleodotto verso il porto di Fujairah con l’obiettivo di raddoppiare la capacità di esportazione evitando lo Stretto.
Secondo le stime dell’AIE riportate nell’analisi, il blocco potrebbe determinare nel 2026 un taglio della produzione globale di 4,3 milioni di barili al giorno. La domanda mondiale è invece stimata in calo di 1,6 milioni di barili al giorno. Anche l’impiego dei droni contro le infrastrutture energetiche in Medio Oriente e in Russia viene indicato come una minaccia per la sicurezza degli approvvigionamenti.
La risposta europea tra protezione e nuove aste
Nei cinque principali mercati elettrici europei, le fonti rinnovabili forniscono ora il 35% dell’energia, rispetto al 24% del 2021. Questa maggiore presenza ha attenuato l’impatto degli shock del gas sui prezzi dell’elettricità, rendendo l’Europa più preparata rispetto al 2022.
Le politiche europee si sono concentrate soprattutto sulla protezione dei consumatori dall’aumento dei costi, più che su un’accelerazione della transizione. La Germania rappresenta l’eccezione indicata, avendo aumentato di 12 GW i volumi delle aste per l’eolico onshore in risposta alla guerra. Le previsioni riportate indicano inoltre che i mercati potrebbero mantenere o rafforzare le proprie ambizioni sulle rinnovabili.
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Una domanda per voi
Come dovrebbero bilanciare i Paesi la protezione dei consumatori e il rafforzamento degli obiettivi sulle energie rinnovabili?
Nota sulla redazione: questo articolo è stato realizzato con il supporto di EVA AI.
Fonte: https://www.rinnovabili.it/mercato/economia-e-finanza/guerra-usa-iran-mercati-energetici-scorte-petrolio-rinnovabili/

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